IL TITOLO
Il mio caro amico Peppino farà un balzo sulla sedia, quando
leggerà queste righe. Già, perché il primo titolo della commedia era “A víte jé tríste”, la vita è triste, nel
senso di terribile, frase di cui il buon Peppino detiene il copyright.
La vita vera, vissuta, è amara, come dice don Luigi a
Teresina nel finale, quando le propone una soluzione al guaiaccio combinato da
Nardino. Non vi aspettate dunque, nella vita vera, il lieto fine delle storie,
e questa storia, nella sua totale ed estrema finzione, vuole assomigliare più
ad una storia vera, per quanto va inserita nel filone delle commedie, e quindi
con un finale in cui i problemi si risolvono. Però quel titolo avrebbe portato
fuori strada, avrebbe fatto pensare ad una vicenda diversa da quella che in
effetti è.
Ai tempi dell’adolescenza, avevo un amico, in comitiva, che
era stato mandato per qualche anno in un collegio, perché era troppo triste, nel senso di terribile, con la
speranza che intraprendesse gli studi per diventare prete.
Inutile dire che era uscito dal Seminario (così chiamava lui
il collegio) per gli stessi motivi per cui c’era stato mandato, e poiché una
volta, per vantarsi delle sue birbonate, si lasciò scappare il fatto, si
guadagnò il soprannome: u mìzze prèvete.
Un ragazzone di buona famiglia, che aveva un gran successo
con le ragazze, generoso nel senso che condivideva con gli amici tutto quello
che di materiale possedeva, però rifuggiva dalle responsabilità, come la peste.
E ogni volta che si trovava nei guai, si presentava con un suo zio, fratello
della madre, poco più grande di lui, a trarlo fuori dall’impiccio o
dall’impaccio. Tanto che, nelle discussioni più accese, capitava che qualcuno,
perdendo le staffe, si rivolgesse a lui con un offensivo: “Mìzze pre’, stàtte cítte, inútele ca pàrle, fa’ vení a zijànete,
c’arraggijunéme” (mezzo prete, stai zitto, è inutile che parli, fai venire
tuo zio, che ragioniamo con lui).
Una specie di Nardino ante
litteram, dal quale mutuare il titolo della commedia e anche qualche
caratteristica del personaggio. Lo zio di quell’amico era un tipetto piccolo e
grassottello, sempre sudato, aveva una Fiat 128 verdone con la marmitta bucata
che faceva un gran fracasso e, manco a dirlo, si chiamava Luigi.
Nessun commento:
Posta un commento