giovedì 14 giugno 2012

U mìzze prèvete - La genesi parte III

Eccoci di ritorno, dopo una piccola pausa, con  la terza puntata del racconto di Matteo!

 
IL TITOLO

Il mio caro amico Peppino farà un balzo sulla sedia, quando leggerà queste righe. Già, perché il primo titolo della commedia era “A víte jé tríste”, la vita è triste, nel senso di terribile, frase di cui il buon Peppino detiene il copyright.
La vita vera, vissuta, è amara, come dice don Luigi a Teresina nel finale, quando le propone una soluzione al guaiaccio combinato da Nardino. Non vi aspettate dunque, nella vita vera, il lieto fine delle storie, e questa storia, nella sua totale ed estrema finzione, vuole assomigliare più ad una storia vera, per quanto va inserita nel filone delle commedie, e quindi con un finale in cui i problemi si risolvono. Però quel titolo avrebbe portato fuori strada, avrebbe fatto pensare ad una vicenda diversa da quella che in effetti è.
Ai tempi dell’adolescenza, avevo un amico, in comitiva, che era stato mandato per qualche anno in un collegio, perché era troppo triste, nel senso di terribile, con la speranza che intraprendesse gli studi per diventare prete.
Inutile dire che era uscito dal Seminario (così chiamava lui il collegio) per gli stessi motivi per cui c’era stato mandato, e poiché una volta, per vantarsi delle sue birbonate, si lasciò scappare il fatto, si guadagnò il soprannome: u mìzze prèvete.
Un ragazzone di buona famiglia, che aveva un gran successo con le ragazze, generoso nel senso che condivideva con gli amici tutto quello che di materiale possedeva, però rifuggiva dalle responsabilità, come la peste. E ogni volta che si trovava nei guai, si presentava con un suo zio, fratello della madre, poco più grande di lui, a trarlo fuori dall’impiccio o dall’impaccio. Tanto che, nelle discussioni più accese, capitava che qualcuno, perdendo le staffe, si rivolgesse a lui con un offensivo: “Mìzze pre’, stàtte cítte, inútele ca pàrle, fa’ vení a zijànete, c’arraggijunéme” (mezzo prete, stai zitto, è inutile che parli, fai venire tuo zio, che ragioniamo con lui).
Una specie di Nardino ante litteram, dal quale mutuare il titolo della commedia e anche qualche caratteristica del personaggio. Lo zio di quell’amico era un tipetto piccolo e grassottello, sempre sudato, aveva una Fiat 128 verdone con la marmitta bucata che faceva un gran fracasso e, manco a dirlo, si chiamava Luigi.

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