IL TEATRO
Avevo poco più di quattordici anni quando ebbi la fortuna,
l’onore e il sommo privilegio di conoscere Giuseppe Brigida, in arte Giuppi, in
gioventù attore professionista affermato, che aveva aperto una scuola di
teatro, presso il circolo dedicato a Michele Bellucci, in via San Francesco.
Va subito detto che Giuppi ha formato generazioni di
artisti, è stato un vero maestro, e tra le sue tantissime qualità va annoverata
una grande generosità, che lo portò a creare la scuola senza mai riceverne
null’altro in cambio se non la gratitudine di tantissimi allievi (neanche
tutti) e dei loro genitori.
Ricordo bene la mia timidezza, e posso affermare che mai
avrei pensato di affrontare la ribalta, senza l’incoraggiamento di Giuppi.
Preparammo, all’epoca, una commedia, “Mezz’ora di vita”, di Age, ed io
interpretavo la parte del dottore che sentenzia la gravità della malattia del
nonnino, al quale i nipoti poi si rivolgeranno per avere una parte
dell’eredità.
Per il debutto, la recita fu portata al Cinema Teatro ‘Pesante’,
al cospetto degli studenti delle scuole medie, di mattina. Ma agli studenti lo
spettacolo non interessava, loro erano lì solo perché, così, saltavano una
lezione, e scatenarono l’inferno.
Giuppi, dietro le quinte, mi chiamò, mi diede una pacca
sulla spalla e disse: “Vai, solo tu li puoi sovrastare, conquista la loro
attenzione con la tua voce baritonale”.
Io presi fiato e mi lanciai in scena, e avrei davvero
spaccato i timpani, se non mi avesse preceduto il nostro scenografo, che si
fiondò letteralmente in scena, e minacciò tutti di farli rientrare in classe.
Così loro si calmarono, e noi potemmo continuare in maniera più o meno
regolare.
Dopo quella esperienza non ho più recitato in teatro, però
gli insegnamenti di Giuppi mi sono rimasti. Tantissime volte ho dovuto
affrontare il pubblico, anche migliaia di persone, e ogni volta, prima di
cominciare, sentivo il maestro che mi spronava a conquistare l’attenzione del
pubblico. Quando ho scritto la commedia, ho impiegato un paio di nottate per
trasferire tutti gli appunti, che avevo raccolto in un vecchio quaderno
protocollo, in dialoghi teatrali. Poi ho aspettato più di due anni per
pubblicare l’opera. Un tempo che ho utilizzato per caratterizzare i personaggi,
secondo le linee che mi aveva dettato Brigida in quei pochi mesi.
Ho cambiato molti dialoghi, laddove il ritmo non scorreva, e
costretto molte persone, alcune delle quali non ho ringraziato abbastanza, a
subire l’angheria di recitare la commedia insieme a me, per verificare che
tutto filasse in maniera accettabile, in nome di un rigore e di una serietà che
erano principii imprescindibili, secondo l’insegnamento di Giuppi Brigida.
Ma Giuppi raccomandava anche un’altra regola: che tutto
venisse fatto con passione e divertimento, perché solo in questo modo si può
riuscire.
E da questo punto di vista, non mi sono fatto mancare nulla,
nel senso che ho fatto tutto con sentimento, ma mi sono anche divertito parecchio.
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