mercoledì 30 maggio 2012

U mìzze prèvete - la genesi parte II


Eccoci al secondo appuntamento con l'autore. In questo post, Matteo ci parla del suo rapporto con il dialetto, un rapporto duraturo che dà buoni frutti!! Buona lettura...

IL DIALETTO

Io sono cresciuto a Manfredonia in un popoloso quartiere periferico, dove si parlava solo in dialetto. I miei genitori tra di loro parlavano in dialetto, nella mia famiglia si parlava (e si parla ancora) in dialetto. Non ho difficoltà a dire che la mia “lingua madre” è il dialetto, e i miei pensieri, quando sono totalmente in libertà, si formano in dialetto. Perfino i sogni, spessissimo, sono in dialetto. Quando mi arrabbio e impreco, nove volte su dieci lo faccio in dialetto, e la decima traduco per far comprendere meglio la mia imprecazione.
Dunque, a chi mi chiede perché uso il dialetto nelle cose che scrivo, rispondo: perché mi viene più naturale. Non che mi venga più facile, purtroppo il dialetto conosciuto da me è una lingua fatta di qualche centinaio di vocaboli al massimo, giusto il necessario per le cose essenziali. Molti termini li ho dimenticati perché non ho avuto la possibilità di continuare ad utilizzarli, e non nascondo che a volte, quando certi puristi della lingua utilizzano termini desueti ed arcaici, faccio fatica a ricordare. Specialmente, poi, quando si utilizzano termini tecnici, che definiscono specifici oggetti in uso a determinate categorie di persone, come la marineria, o certi artigiani, eccetera.
Tengo molto a precisare che la mia non è stata una operazione di nostalgia, non ho assolutamente rimpianti per un passato che è stato, a detta di mio padre e di chi mi è stato maestro, fatto di miseria e ingiustizie sociali. Recentemente, su internet, ho visto un documentario RAI degli anni ’50-’60, con la voce narrante del mitico Arnoldo Foa, che inviterei a guardare, e mi rivolgo  soprattutto ai tanti cantori della bella Manfredonia-che-non-c’è-più.
E nemmeno mi ha mosso il desiderio di omaggiare la mia città, nel senso che non ho questa presunzione.
La mia è molto più semplicemente una testimonianza perché, al di là di tutto, ritengo che quel dialetto che io ho appreso, per quanto limitato alla conoscenza essenziale – si badi bene, la stessa cosa è per l’italiano per moltissime persone, come ben ci fa capire Dario Fo nel suo L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo è lui il padrone –, è una lingua ricchissima, che racchiude la cultura del popolo, e che vale la pena di tramandare alle future generazioni.
Non potendo, io, recuperare i termini che non si usano più, tanto vale fotografare la lingua al momento in cui io l’ho appresa, così che in futuro si saprà che alla fine del secondo millennio, dalle nostre parti, si parlava così. Poi si vedrà.

1 commento: