mercoledì 23 maggio 2012

U mìzze prèvete - la genesi parte I

Eccoci qua! Ospitiamo in questo post la prima parte dell'intervento di Matteo Borgia, autore dell'opera. In queste bellissime righe ci racconta come è nata la storia, aneddoti e fortune di un lavoro che tra un po' compie dieci anni ( ricordiamo che la pubblicazione risale al 2003 ). Tra le mille chicche, non perdetevi il racconto della prima rappresentazione teatrale!!!  Buona Lettura!


IL PRETESTO

La storia di Manfredonia è ricchissima e costellata di innumerevoli episodi che, da sempre, hanno affascinato l’immaginario popolare, costituendo una parte dell’identitario sentire comune, e su essi si sono costruiti miti e leggende: dall’incontro del vescovo Majorano con il re Totila ai moti contro la nave dei veleni, dalla fondazione ad opera di Manfredi ai recenti fatti di cronaca, passando per la resistenza ai francesi comandati da Lautrec e l’eroico gesto di monsignor Cesarano durante l’occupazione tedesca.
Sicuramente, però, l’episodio più romanzato, quello che maggiormente ha eccitato la fantasia, verosimilmente tramandato oralmente di generazione in generazione ben oltre le fonti scritte, è il sacco turchesco del 1620. A rendere la storia particolarmente viva nella memoria collettiva, oltre alla catastrofe ed alla distruzione che ha segnato la storia della città per moltissimo tempo, c’è la vicenda della vergine Giacoma Beccarino, rapita da Alì Pascià assieme a tanti altri giovani sipontini, e donata al Sultano, del quale divenne la ‘Favorita’ e che dallo stesso ebbe un figlio destinato a divenire erede al trono.
Credo di aver sentito questa storia per la prima volta da una vicina di casa presso la quale andavo ad imparare a scrivere – una specie di scuola dell’infanzia casareccia – prima di cominciare le elementari. Inutile dire la mia gioia quando, visitando per la prima volta il Municipio, vidi il quadro della Beccarino: era la prova che tutto ciò che mi avevano raccontato non era una favola, era tutto vero!
Sempre al Municipio c’è un altro quadro, raffigurante un guerriero turco su un cavallo nero nell’atto di estrarre la scimitarra, davanti ai gradini di una chiesa.
La mia domanda all’accompagnatore fu: “Ma i cavalli se li portavano sulle navi?”.
Non ricordo la risposta, forse perché la mia mente stava già fantasticando su tutta la vicenda, con i turchi che correvano per la città a caccia del bottino e gli abitanti di Manfredonia che strenuamente si difendevano, asserragliati nel castello…
Col tempo, ho letto molte versioni di quella vicenda, e delle innumerevoli altre storie analoghe che hanno riguardato altri comuni della Puglia, tra cui la vicina Vieste, dove i turchi arrivarono per ben sei volte tra il 1554 e il 1680. In tutte gli episodi, tragicamente simili, spiccano storie umane, che sovrastano la barbarie del sangue e della violenza degli aggressori. Storie di viltà e di coraggio, storie di dolore ma anche di amore, perché è nella natura dell’uomo la presenza di sentimenti contrapposti, la paura e l’istinto di sopravvivenza, come l’estremo eroismo.
Ed è nella natura dell’uomo – gli psichiatri direbbero che è un meccanismo di difesa del nostro intelletto – cercare di rimuovere i fatti più dolorosi, sostituendoli con ricordi belli, con storie che ci possono fare piacere. Ed ecco allora che la storia della ragazzina che incanta il sultano prende l’avvento sul rapimento e la conduzione in schiavitù, sul massacro, sullo scempio e sul sacrilegio.
Il sangue versato a fiumi diventa un contorno, a prevalere sono la bellezza e il sentimento, simboli universali del bene che prevale sul male, sempre.
Con questo background culturale, ritengo perciò del tutto naturale aver ambientato la storia del “mezzo prete” all’epoca del sacco turchesco. Tuttavia, come ho precisato nella premessa al libro, l’opera non vuole essere una interpretazione di quegli avvenimenti, sui quali gli stessi studiosi non sono concordi. Vale a titolo d’esempio il fatto che, secondo alcune fonti, le perdite tra gli aggressori sarebbero state maggiori dei morti tra i sipontini.
Non era assolutamente mia intenzione fornire elementi di tipo storico alla discussione, sebbene ritengo del tutto naturale il fatto che gli episodi narrati possano ingenerare un raffronto con la storia, e anzi non mi dispiacerebbe affatto se qualcuno, dopo aver appreso la versione della vicenda narrata, corresse a consultare le fonti documentali per saperne di più.
Ribadisco che il riferimento al “triduo della mezzaluna”, come lo definì Matteo Di Turo nel suo quaderno del 1977, è stato solo un pretesto per costruire la storia, che avrei potuto ambientare tranquillamente anche ai giorni nostri, con un Nardino che magari scappava da un attacco terroristico o – perché no? – inseguito dalla finanza e da Equitalia!

Continua.........



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